Paralizzato da 5 anni, riprende a camminare grazie a un impianto a elettrodi nella colonna vertebrale

Una recente sperimentazione potrebbe ribaltare le conoscenze attuali riguardo ad alcuni tipi di paralisi. Un approccio combinato di stimolazione della colonna vertebrale e fisioterapia ha aiutato un uomo paralizzato da anni a camminare di nuovo

Pubblicato da Maria T. Ferrari Mercoledì 26 settembre 2018

Paralizzato da 5 anni, riprende a camminare grazie a un impianto a elettrodi nella colonna vertebrale
Foto Di MDGRPHCS/Shutterstock.com

Un 29enne statunitense era rimasto paralizzato agli arti inferiori dopo un incidente avvenuto nel 2013. Ma grazie a un impianto elettrico in grado di stimolare i nervi nella colonna vertebrale, ha recuperato l’utilizzo delle gambe. Ora riesce a stare in piedi e a camminare con un minimo di assistenza. Un grandissimo progresso nel trattamento della paralisi.

L’impianto a elettrodi e la riabilitazione

La tecnologia che ha permesso questo “miracolo” è stata elaborata dagli specialisti della Mayo Clinic a Rochester, nel Minnesota, e dall’Università della California di Los Angeles.
Gli elettrodi sono stati impiantati nello spazio epidurale, ovvero la zona esterna al “tubo” membranoso che racchiude il fluido cerebrospinale.
La sperimentazione è cominciata nel 2016, quando il paziente si è sottoposto a 22 sessioni di fisioterapia mirata prima di ricevere l’impianto.
Nella ricerca pubblicata su Nature Medicine vengono riportati gli stupefacenti progressi del 29enne dopo 113 sessioni di riabilitazione successive all’applicazione chirurgica dell’impianto.

La stimolazione elettrica si è rivelata efficace

Gli elettrodi impiantati sono collegati a un generatore anch’esso posizionato sottopelle. Il dispositivo viene attivato tramite wireless grazie a un controller esterno.
Il suo scopo è semplice: attraverso la stimolazione elettrica, l’impianto permette alla rete neurale di processare dei segnali per comunicare comandi come “siediti” o “cammina”.
Durante le sessioni di riabilitazione, il team di esperti ha continuato a sistemare e ottimizzare il dispositivo, insegnando al paziente come utilizzarlo per garantirgli tutta l’indipendenza possibile.
Ovviamente si tratta solo di un primo, ma molto incoraggiante passo verso una più ampia sperimentazione.
E chissà che un giorno questa tecnologia non possa aiutare chi soffre di malattie altamente invalidanti come la SLA, la sclerosi laterale amiotrofica.