Ictus: le nuove conquiste della scienza

Quando l'ictus colpisce è importantissimo intervenire il prima possibile, per riuscire a limitare i danni cerebrali e scongiurare ripercussioni gravi. Grazie a una nuova tecnica proposta dall'azienda californiana Penumbra, da oggi pare possibile ottenere risultati incoraggianti anche intervenendo tardivamente.

Pubblicato da Lucrezio.Bove Mercoledì 16 giugno 2010

Ictus: le nuove conquiste della scienza

Come sapete l’arma più efficace per combattere l’ictus è la prevenzione, scovarlo prima che possa colpirci alla sprovvista. Quando però il danno è fatto, per ridurne gli effetti è necessario intervenire il prima possibile. Fino a tre o quattro ore dall’insorgenza è possibile limitare i danni cerebrali, ma se si interviene più tardi qualsiasi sforzo può dimostrarsi inefficace. Questo perché quando uno dei vasi sanguigni che portano il sangue al cervello si ostruisce, i neuroni muoiono, fino a portare, dopo una manciata di ore, alla perdita irreversibile delle facoltà neurologiche e quindi alla disabilità e nei casi più gravi alla morte.

Al momento la scienza sta vagliando tecniche alternative per riuscire a salvare la situazione anche quando, superato il tempo limite, i principali farmaci “sciogli-trombi” (Tpa in primis) smettono di essere efficaci. In tal senso, l’ultima innovazione è stata proposta dall’azienda californiana Penumbra e presentata dal dott. Mayank Goyal dell’Università di Calgary nel corso dell’ultima edizione del Congresso canadese sull’ictus.

La nuova tecnica è già stata sperimentata con successo su ventisette persone colpite da ictus, permettendo in tutti i casi di ridurre al minimo i danni cerebrali, che altrimenti avrebbero portato a gravi disabilità se non addirittura alla morte. “Utilizziamo un catetere che, inserito nell’arteria femorale a livello dell’inguine, viene fatto risalire fino ai vasi della testa, dove si trova l’occlusione. L’intervento, per il quale non è necessaria l’anestesia generale, dura 60-90 minuti ed è condotto sotto controllo radiologico” ha spiegato Goyal.

Vista la sua efficacia, l’ospedale Niguarda di Milano ha deciso di testare il nuovo metodo anche nel nostro paese. La sperimentazione coinvolge attualmente 20 centri specializzati e Roberto Terzi, direttore del reparto di neurologia del Niguarda, ha spiegato con ottimismo “Abbiamo già trattato 180 pazienti e prevediamo di arrivare a 300”.

I nuovi metodi, per quanto costosi e bisognosi di strutture all’avanguardia, permettono di intervenire in modo efficace per tempi più lunghi rispetto alle tecniche utilizzate finora. E’ però importante ricordare che agendo tardivamente si rischia comunque di perdere l’opportunità di recuperare completamente l’autonomia perduta. Per questo il dott. Terzi tiene a sottolineare che “in caso di alterazioni della vista, della capacità di parlare e della sensibilità degli arti si dovrebbe chiamare subito il 118. La metà dei pazienti trattati con il Tpa infatti riguadagna la sua autonomia entro tre mesi, mentre solo un terzo ottiene lo stesso risultato senza il farmaco”.

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100scienze.it