Spot shock contro il diabete infantile fa infuriare le polemiche. Chi ha ragione?

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    Sta suscitando un mare di polemiche uno spot contro il diabete infantile definito “shock” dai suoi detrattori. Si tratta dell’ennesimo caso di scelte mediatiche aggressive costruite, però, ad arte per impattare in modo sicuro sull’opinione pubblica, cosicché che il messaggio non finisca perduto nel mare magnum dell’offerta pubblicitaria. Il fine dovrebbe, in questo caso, fare salvi i mezzi. Intanto, l’oggetto dello scandalo. Si tratta, come potrete valutare voi stessi grazie al video che abbiamo caricato, di uno spot forte, che vede protagonista un bambino con il viso coperto da una maschera da adulto che raffigura una faccia stanca e provata, segnata dalla sofferenza.

    Il piccolo compie i gesti comuni e quotidiani di ogni coetaneo, ma la maschera che indossa lo isola dagli altri, perché ciò che lo rende diverso è proprio la malattia, il diabete giovanile o mellito, che lo costringe a crescere anzi tempo. La cosa che mi ha più angosciato nel guardare la sequenza di immagini, è stata la mancata “redenzione”. Neppure alla fine la mamma (che sarebbe metafora della Ricerca) può liberare il suo piccolo dal peso che porta addosso, perché di diabete non si guarisce.

    Ideatore dello spot è Gian Armando Testa, con la sua Agenzia, che lo ha realizzato per conto della Fondazione Italiana Diabete Onlus, il quale, logicamente, difende il suo prodotto a spada tratta: “L’obiettivo era dare una spallata per spiegare che il diabete è grave e subdolo”, commenta Testa. Mentre Nicola Zeni, Presidente della Onlus, così spiega la scelta di un messaggio così sgradevole: “La campagna vuole rappresentare le difficoltà che un bambino deve affrontare: lo dico da padre di un bambino di 9 anni che si è ammalato quando aveva 18 mesi.

    La maschera sono le difficoltà che costringono i bambini a una rapida crescita psicologica, perché devono affrontare controlli, iniezioni e sacrifici. Ogni altro significato è frutto di una errata lettura”. Ed eccole, le altre letture, di segno diametralmente opposto. Sono quelle delle associazioni dei genitori e di altre Onlus che si battono per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla prevenzione del diabete mellito, o di tipo I, come Antonio Cabras, Presidente dell’Associazione Nazionale Diabete giovanile.

    “Sono immagini che rischiano di vanificare il lavoro svolto in 30 anni di attività. Ci battiamo per aiutare questi bambini a realizzare il migliore stile di vita possibile”. Il problema è proprio la mancata sensibilità, a mio avviso, nei riguardi dei piccoli destinatari dello spot. Un discorso come quello di Testa può andare bene per un adulto, che possa, con i suoi comportamenti virtuosi, prevenire una qualche forma patologica, mettiamo il caso del fumo o dell’alcool.

    In quei casi, il messaggio shock ci sta, anzi, forse è l’unico sistema per creare un minimo di disagio in chi insiste nel vizio pur sapendo i rischi che corre. Ma un bambino diabetico, che non ha voluto la sua malattia e certo non può curarsi da solo, che per caso incappi nello spot incriminato, e veda un altro se stesso raffigurato come un mostriciattolo, come si sentirà? A voi la replica.

    Dolcetto o scherzetto?