Psicologia: la claustrofobia dipende da un errore nella misura delle distanze

Sembra che la claustrofobia, sia collegata direttamente ad un errore nella valutazione degli spazi orizzontali. A rivelarlo, è stato un gruppo di neuroscienziati della Emory University, che hanno pubblicato lo studio sulla rivista di settore “Cognition”. Secondo i ricercatori, infatti, chi soffre di questo particolare disturbo, che porta ad evitare gli spazi troppo angusti come gli ascensori, sperimenta in modo esagerato lo spazio vicino. Tuttavia, non è ancora chiaro se se è la distorsione nella percezione spaziale che porta alla paura o viceversa.
La fobia degli spazi chiusi, in realtà, è un’esperienza che tutti hanno sperimentato, sebbene in maniera diversa. Ed è descritta come la paura dei luoghi chiusi e angusti come gli ascensori o le metropolitane. La claustrofobia in senso stretto, vale a dire quella cronica, colpisce il 4% della popolazione e può arrivare a provocare attacchi di panico, difficoltà di respirazione, sudorazione, iperventilazione, nausea, senso di oppressione, persino quando si attraversa una semplice galleria.
Gli studiosi americani, escludono che alla base della claustrofobia cronica ci sia un’esperienza traumatica, come essere rimasti chiusi in un ascensore, così come non credono alla sensazione di malessere che risveglia paure archetipe (solitudine, vuoto). La dottoressa Stella Lourenco, che ha diretto lo studio, ha spiegato:
L’osservazione dei meccanismi cerebrali e psicologici tende invece a collegarla con una percezione distorta delle cose che sono vicine rispetto a quelle distanti, sia in chiave utilitaristica che difensiva.
Per questo motivo, se la claustrofobia si basa su un’errata consapevolezza della distanza orizzontale, l’acrofobia (la paura delle altezze e dei luoghi elevati che comunemente viene definita vertigini) si basa su un’errata percezione della distanza verticale.
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Sab 16/04/2011 da Tiziana

















