Intervento chirurgico: per la Cassazione sui malati terminali è accanimento terapeutico

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    Operare un malato terminale è accanimento terapeutico che viola il codice deontologico del medico anche se c’è il consenso del paziente. Questo il succo della sentenza della Corte Suprema di Cassazione di Roma circa la condanna di tre medici. Il caso torna alla cronaca dopo tanto tempo e riguarda il famoso quanto discusso prof. Cristiano Huscher e la sua equipe, ritenuti dunque colpevoli di omicidio colposo nei confronti di una donna morta nel Dicembre 2001. Si chiamava Gina, aveva 44 anni ed era la mamma di due bambini.

    Purtroppo era stata colpita da un tumore al pancreas, una forma neoplastica pericolosa, aggressiva, che aveva creato delle metastasi lasciandole solo 6 mesi di vita. Primario presso l’Ospedale san Giovanni Addolorata di Roma, Husher, chirurgo esperto in laparoscopia di fama indiscussa (e riconosciuta anche in sede processuale), rappresentava la possibilità di poter allungare la propria vita di qualche settimana. Bastava questa speranza per rischiare la sala operatoria e così la donna ha firmato il consenso all’intervento.

    Ma le cose non sono andate come previsto. Nel corso dell’operazione, a quanto emerso dal dibattimento, è stata involontariamente recisa la milza. Il che, non rilevato al momento, ha provocato un’emorragia che non è stata poi individuata e trattata adeguatamente nel post operatorio: la giovane donna è morta la notte stessa. Ciò che fa discutere non sono questi errori medici.

    La diatriba consiste nel fatto che nella sentenza si sottolinei come l’intervento chirurgico in un paziente considerato terminale non deve essere fatto: il medico è tenuto ad agire deve agire nel rispetto del codice deontologico e del principio che impone loro di comportarsi secondo “scienza e coscienza”. In più si legge nel documento motivazionale: “nel caso concreto attese le condizioni difficili indiscusse ed indiscutibili della paziente(….), non era possibile attendersi dall’intervento un beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita. I chirurghi pertanto avevano agito in dispregio al Codice deontologico che fa divieto di trattamenti informati a forme di inutile accanimento diagnostico-terapeutico”! Di fatto, i tre medici si erano opposti alla sentenza di condanna confermata dalla Corte d’Appello ed hanno fatto ricorso alla Cassazione per richiedere l’assoluzione. Nella sentenza diffusa ieri si legge che il caso è prescritto per decorrenza di termini e non sussistendo prove concrete a difesa degli imputati per rinviare ad nuovo dibattimento, tutto conferma quanto già detto: operare un malato terminale con tanto di consenso è accanimento terapeutico. E’ chiaro che il dibattito sul tema è ancora lungi da essere concluso.

    Dolcetto o scherzetto?