Il senso di colpa è femmina: come affrontarlo?

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    Senso di colpa

    L’uomo è “protetto” dal senso di colpa molto più che le donne.

    Bella scoperta, come se non ce ne fossimo già accorte giorno dopo giorno dopo giorno.

    In ogni caso, che le donne siano le più soggette a provare il senso di colpa ora lo dimostrano anche delle ricerche psicologiche, con tanto di questionari e analisi statistiche.

    Cerchiamo – noi donne, soprattutto noi donne! – di arrabattarci tra ciò che “vorremmo” e ciò che “sarebbe meglio” fare, sempre usando il condizionale, evitando così di affermare ed affermarci con sicurezza.

    Ci arrabattiamo, dicevo, nel disperato tentativo di raggiungere il maschio nell’espressione di uno dei sacri principi che, a lui, viene somministrato in dosi massicce mentre a noi femmine concesso, per sbaglio, ogni tanto: la libertà.

    La libertà intesa come atteggiamento verso la vita, la libertà di fare scelte personali e per sé, scelte sanamente egoistiche, che ci permettano di assecondare il nostro desiderio e il nostro sentire.

    Oltre all’educazione, alla cultura, ci si mette pure l’empatia, a fregarci. Quell’innata capacità di “mettersi nei panni dell’altro” percependo cosa prova, oltre al fatto di saper creare e nutrire relazioni significative. Senza che quasi ce ne accorgiamo, quindi, l’altro diventa il centro del nostro mondo, il focus verso cui spostiamo in modo automatico la nostra attenzione.

    Così facendo, oggi, e poi domani e domani ancora, noi rischiamo di scomparire, senza sforzi, senza consapevolezza, senza averlo deciso o progettato, immerse nel tessuto delle relazioni e dei bisogni dell’altro. Sentendoci perfino in colpa quando non facciamo o siamo “abbastanza”, o quando – addirittura – affermiamo noi stesse sentendoci poi subito a disagio, come se avessimo infranto un patto e tradito ciò che “dobbiamo essere”.

    Ma chi ci ha insegnato a essere così? Chi lo ha detto? E soprattutto, cosa vogliamo noi?

    Riuscire a liberarsi del senso di colpa è una battaglia quotidiana che deve partire dall’entrare in contatto con noi stesse, con i nostri vissuti e i nostri bisogni, dedicandoci del tempo per stare con noi. Legittimandoci in questo.

    Fare dei tentativi, sperimentarsi. Perché, per esempio, non imparare a dire “io voglio”?

    Staremo male, forse, anche solo nel provare a dirlo, e allora iniziamo proprio da qui, dalla nostra sana difficoltà nell’esprimere il nostro volere. Diventiamone consapevoli. Sempre un po’ di più.

    Passo dopo passo, quello che proviamo e quello che vogliamo saranno sempre un po’ meno confusi, permettendoci di riconoscere i nostri comportamenti che non ci fanno stare bene ma che continuiamo ad attuare, quasi in modo automatico.

    Alcune scelte, a quel punto, non ci appariranno più come egoistiche ma come scelte sagge, difficili, ma giuste per noi. Senza colpe.