Hiv: 1 su 4 sieropositivi non sa di esserlo

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    In Italia, 1 su 4 sieropositivi non sa di esserlo. A lanciare l’allarme è l’indagine conoscitiva presentata qualche giorno fa dalla Commissione Sanità del Senato, sulle malattie ad andamento degenerativo con specifico riguardo al tumore al seno, alle malattie reumatiche croniche e alla sindrome Hiv. L’indagine è stata coordinata dalla senatrice del Pdl Maria Rizzotti, che ha puntato il dito contro un ritardo di accesso al test sulla sieropositività, soprattutto per le donne, a cui si aggiunge l’assenza di fruibilità delle terapie in modo omogeneo sul territorio nazionale.

    Come spiega la senatrice Rizzotti:

    L’Italia, così come la Slovenia e l’Ungheria, non ha implementato una politica nazionale di screening né ha messo in atto un’obbligatorietà di uno screening Hiv prenatale, nonostante molte donne apprendano di essere sieropositive in gravidanza.

    Le donne, infatti, hanno una risposta differente alla terapia antiretrovirale rispetto agli uomini, sia per ragioni fisiologiche, che ormonali. Ecco, perché è importante che tutte le donne in gravidanza, e su scala nazionale, facciano il test sulla sieropositività Hiv entro il primo trimestre. Inoltre, la donna sieropositiva, dovrebbe avere diritto ad un’assistenza, con equipe specialistiche esperte di Hiv.

    La Commissione, così, ha proposto al governo, di prevedere delle agevolazioni fiscali per le aziende farmaceutiche, coinvolte nella ricerca e nella messa punto di farmaci anti-Hiv, considerando anche le differenze di genere. Le persone che si infettano ogni anno sono 4mila, e secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), si stima che in Italia siano circa 150mila le persone sieropositive, di cui il 50% donne, che non sono ancora ammalate di Aids.

    Come ricorda la senatrice Biondelli del Pd, il problema principale viene dalla inesistenza della percezione del rischio di contagio da Hiv. Ecco, perché bisogna pensare a nuove strategie di comunicazione e di sensibilizzazione, a partire dalla scuole.

    Dolcetto o scherzetto?