Depressione, gli psicofarmaci per combatterla la aggravano

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    Depressione psicofarmaci

    La depressione è una malattia subdola che può colpire tutti, ma che statisticamente sembra prediligere la popolazione femminile. Che si manifesti come sindrome depressiva post partum, che tanto disagio e sofferenza psichica procura alle mamme, ripercuotendosi inevitabilmente sul rapporto con il bebè, o che si presenti in particolari momenti della vita, in cui si è più fragili e vulnerabili (come in seguito ad un lutto), questo male interiore può diventare un vero e proprio incubo. Per chi ne soffre, che non riesce più a trovare stimoli e piacere nel condurre la propria esistenza, e anche per chi, del malato, sia un congiunto o un amico.

    Guarire dalla depressione è difficile, e tanto più lo diventa se proprio quei farmaci che dovrebbero aiutare a recuperare serenità e una visione più ottimistica della vita, diventano i primi alleati della malattia. Parliamo degli psicofarmaci, comuni medicinali antidepressivi che gli psichiatri prescrivono al depresso, e che dovrebbero agire a livello cerebrale ricomponendo, seppur in modo artificiale, l’equilibrio perduto. Tra gli avvertimenti e gli effetti collaterali segnalati nei bugiardini di alcuni di questi farmaci, si legge che possono acuire le crisi depressive, ma in generale non si dà tanto peso a questo indicazioni perché in teoria si tratterebbe di casi molto rari. Peccato che, a quanto pare, non sia proprio così.

    Antidepressivi e depressione, lo studio USA

    Secondo uno studio USA condotto dai ricercatori della McMaster University, c’è una classe di antidepressivi, comunemente usati anche in Italia da tantissime persone malate di depressione, che avrebbe un effetto deleterio a livello cerebrale. Insomma, anziché aiutare ad uscire da questa terribile patologia, aiutano a rimanerci. Si tratta degli antidepressivi SSRI, ovvero “inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina”. Per scoprirne le dannose conseguenze, gli studiosi li hanno testati su un gruppo campione, a confronto con altri pazienti a cui era stato somministrato un placebo. Alla fine della sperimentazione, si è potuto rilevare che i pazienti trattati con gli SSRI, avevano livelli alterati di serotonina (un neurotrasmettitore che regola il “buon umore”) cosa che determinava in loro pesanti ripercussioni fisiche. Da problemi all’apparato digestivo a disfunzioni sessuali, fino ad una maggiore predisposizione ad ictus mortali.

    Antidepressivi SSRI, gli effetti negativi

    La classe di antidepressivi SSRI, oltre a creare disturbi fisici di varia natura, agisce a livello cerebrale predisponendo l’individuo a ricadere in una depressione “da rimbalzo” una volta sospesa la cura. In pratica il cervello durante l’assunzione di questi psicofarmaci, produce una quantità abnorme di serotonina, e così, quando la terapia viene sospesa, magari dopo anni, si produce uno scompenso che espone il malato a nuove e peggiori crisi depressive. Si tratta di conoscenze che non giungono nuove, e che aggiunte alle note dolenti sugli effetti collaterali degli SSRI sull’appetito, sul ritmo sonno-veglia e sui coaguli del sangue, dovrebbero far riflettere sulla loro opportunità. Questi medicinali sono diffusissimi, vengono prescritti contro la depressione, ma anche contro i disturbi dell’alimentazione (anoressia e bulimia) e le turbe ossessivo-compulsive. La domanda sorge spontanea: ha un senso doversi doversi curare dalla cura?